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Training Running On-line
 
Una semplice corsa a Firenze il 25 Novembre 2007
di Stefano Atzeni

 

Una maratona non inizia una mattina di una domenica d’autunno alle 9.20. Una maratona inizia almeno tre mesi prima con una lucida determinazione a prepararsi a un’impresa che resti degna d’essere ricordata e ammirata da chi ci vuol bene.
Inizia con una seria tabella di allenamenti elaborata da un tecnico in cui si crede. Inizia con la consapevolezza di sé e dei propri mezzi, inizia con un brivido inconfessato che ci percorre ogni fibra ogni volta che ricreiamo nella nostra mente lo scenario del lungo percorso. Inizia dopo averne corso altre 3 pensando di aver già corso delle maratone si, ma senza averle mai dominate combattute, acquisiste al proprio patrimonio di ricordi.
Del resto “le gesta che compiamo in questa vita riecheggiano per l’eternità”, diceva un generale.

Gli allenamenti proposti dal coach avevano una logica micidiale: variare il ritmo, effettuare delle corse ripetute ogni settimana di diversa lunghezza e intensità, lunghissimi sempre più lunghissimi perché anche la mente dev’essere allenata. Insomma schemi di impegno crescente e con ogni condizione meteorologica.

Il Sabato prima della gara mi sono alzato molto presto, ho baciato la Puffina la Piccola Mimi e Alice, una a fianco all’altra di lato la porta di ingresso, per l’inboccallupo/crepiillupo e, scivolando nella notte buia che precede l’alba, ho preso il treno delle 7.30.
“Solo verso l’impresa” ho pensato “ma non sbigottite, supererò la prova.
Ho camminato per Firenze fino all’albergo, testando corpo e gambe a ogni passo; tutto bene.

Al ritiro del pettorale ho provato a cercare il coach ma l’ho solo intravisto da lontano come al solito super indaffarato a seguire, parlare, consigliare, mille persone. Non volevo distrarlo né distrarmi: indifferenza verso il mondo e concentrazione verso la gara.
Il resto del Sabato l’ho trascorso riposandomi e passeggiando per la città, con la solita idea che la mia cognata, persa troppo presto lungo la vita, sia con me, che si diverta a seguirmi nella corsa e mi sorrida, aiutandomi nella fatica e ad arrivare alla fine delle mie prove.

Un attimo, nel ricordo, per arrivare alla partenza, immerso in una folla di gente rumorosa. Dalle parole intuisci chi avrà problemi e chi no; chi arriverà veloce e rapido al traguardo di solito resta in silenzio o comunque parla poco, sa che comunque vada, sarà dura.
Si parte e basta, come al solito, lentamente, camminando.
Ti immaginavi qualcosa di diverso, ma è solo la tensione, in realtà si comincia sempre piano, si deve cominciare piano in una maratona.

I primi chilometri sono mentalmente duri; devi correre con la testa e trattenere le gambe. Sei forte, pieno di energia e potenza, la distanza da coprire è tanta, è facile allora attaccare e correre rapido, però poi vai dritto a sbattere contro il muro del 35° km. Il coach mi ha detto di partire e andare piano almeno fino al 30°/36° poi di lasciare andare le gambe fino al traguardo … e il coach mi ha portato fino a questo punto, e il coach è un uomo d’onore, davvero, l’ho seguito nelle sue tabelle, mi sono fidato, devo restare con lui fino alla fine.

Immagino per un po’ la strada che manca, le gambe si fanno molli, penso che non posso farcela … “se già ti senti così ... figurati quando sarai al 25° che ancora ne mancheranno di chilometri”… per questo all’inizio è dura. La maratona è dura dal primo all’ultimo metro. E’ una grande corsa, corri contro il tempo, contro te stesso, contro la fatica. Però, corri, non ti fermi e questo conta, soprattutto all’inizio, nei primi chilometri.
Non penso al movimento delle gambe, ogni tanto mi insulto, altre volte mi esalto, ma cerco di non pensare alle gambe : che corrano da sole, in autonomia. Più avanti parlerò con loro.
I km, per fortuna, passano. Sudo tantissimo, prendo da subito degli zuccheri, bevo a ogni ristoro; il coach dice che non serve, ma il coach immagina condizioni di umidità/temperatura ideali e oggi c’è tantissima umidità e 14/15gradi di temperatura … mi dico che è meglio non rischiare.

La correttezza delle scelte la scopri sempre e solo alla fine, mai prima e durante , almeno di questo tipo di scelte.

I km passano, alla mezza il tempo non è esaltante : 1h53m sono comunque in vantaggio per il tempo finale che mi sono ripromesso, devo tenere e non cedere più di tanto. Tengo ancora il ritmo consigliato dal coach : 5.20/5.30 a km. Rido di me stesso, se penso al 36 km, in cui dovrei lasciare andare e gambe … “ma da quale parte ?!!”
Passa il tempo e la strada continua a scorrere. Psicologicamente mi scopro sempre più a terra e comincio a pensare di esserlo anche fisicamente. Manca ancora un sacco di strada e mi sento stanco, le gambe non girano, sembrano non farcela proprio. Mille scuse arrivano a convincermi per la resa. Non so che fare, sto entrando in una crisi micidiale.
Non riesco a smettere di pensare al tempo e alla distanza, a lasciar correre le gambe. Devo prendere una decisione.
Mi viene in mente che forse sto correndo troppo piano (errore simile a quello di correre troppo veloce; stai troppo sugli appoggi e, nel tempo fatichi di più), poi ecco arrivare Sansone, quello biblico; lo vedo appoggiarsi alle colonne del tempio e urlare “E allora muoia Sansone con tutti i Filistei !”
E’ il furore che mi assale; una frasi esce da un film e così strillo : “non me ne andrò in silenzio nella notte!” e così non mi fermo, anzi accelero il passo, scatto, allungo la falcata e, miracolo, le gambe mi seguono, esprimono potenza forza, agilità. Mi stacco dal gruppo di caracollanti e me ne vado. Penso sempre che mi fermerò, ma sarà più tardi possibile, dopo aver dato davvero tutto,ogni stilla di energia … e poi camminerò, anche sui gomiti se servirà … hasta a la muerte, si necesita. Fino al traguardo, in ogni caso.
Sono seriamente arrabbiato con il mondo e con me stesso. Mi sono allenato, ho fatto rinunce, tralasciato amici e parenti, bagnato d’acqua e intriso di freddo, ho sentito dolore nei muscoli e nel corpo, sono stato deriso, forse incompreso ... per arrivare come un fesso a fermarmi al 26° km?
Io non smetterò di correre ora.
E’ stupido, forse, ma è quello che mi viene in mente mentre corro, dopo che la stanchezza dimentica la vita. Esiste solo la strada da fare e la fatica con cui viverla. L’unica cosa che potrei pensare per salvarmi è che il guerriero che fugge è pur sempre buono per un’altra battaglia, ma per ora combatto.
Adesso per me è iniziata davvero la maratona, quella in cui sei tu e la fatica, dove si fa sul serio e dove devi mostrare l’essenza di cui sei fatto. Sei solo con te stesso, la strada e la fatica, adesso. E adesso comincio a correre, veloce.
Dichiarata finalmente la guerra, mi sento come libero da pesi e legacci, arriva una gioia forte a prendermi l’animo. Provo felicità per le mie gambe che iniziano a muoversi rapide e senza più sensazioni di fatica; percorro le strade leggero, potente, con agilità. Mi sembra che la folla se ne accorga e lo apprezzi; ogni urlo è per me. Si corre anche per questo. Tutto si esalta in questi momenti. Che non finiscano mai.

Arrivo alle Cascine che sono ancora fresco e rapido; è stupefacente come mi stessi addormentando in una sostanziale sconfitta e come invece abbia preso a correre agile leggero e potente.
Torno sull’lungarno che costeggia le cascine, e vedo che molti atleti cominciano ad arrendersi alla stanchezza. I più riprendono a correre, ma si fermeranno a camminare di nuovo, ormai. Li supero e un po’ mi esalto, un po’ vorrei fare qualcosa per loro, riesco solo a dirgli di non mollare ma so che ognuno è solo a questo punto della corsa.
Adesso siamo a 6/5 km dall’arrivo e questa volta sento davvero la stanchezza. Sento di essere a un bivio; o prendo la solita strada della mia vita, quella che mi ha sempre detto “vabbé pazienza: avrai un’altra possibilità” e quella che non ho ancora percorso, quella che dice “no, questa volta no, questa volta va fino in fondo!”. Ho un capogiro, ondeggio come a cadere per terra. Mi spavento e mi arrabbio : non può succedere adesso. Devo correre ancora.
Per fortuna è solo un altro falso allarme e proseguo. È una meraviglia arrivare all’altezza del Ponte Vecchio, girare a sinistra e immergersi di nuovo nelle strade della Città. La folla adesso è vicina e urla, la gioia mi riassale e mi aiuta contro la fatica. Mancheranno 2 km non è finita ma quasi. Giro di qua e di là, percepisco la realtà, il dolore al ginocchio, la strada sdrucciolevole, ma tutto è ovattato dalla fatica. Ecco finalmente l’Arno, ecco i camion deposito delle borse. Un ragazza, per incitarci, urla “coraggio che mancano 5 minuti!”, ma siamo a 200 metri dall’arrivo e impiegarci ben 5 minuti sembra un’offesa : non siamo gentili con lei.

Il lungo tappeto rosso attutisce gli ultimi passi, allungo le falcate, voglio che siano bellissime. Guardo l’orologio sul traguardo : segna ancora 3 ore, scatto, corro, vorrei che il momento durasse il più a lungo possibile.
E così arrivo, un attimo prima dello striscione mando un bacio al cielo, alla mia cognata che mi ha seguito e sostenuto, lo so, come al solito quando corro.
C’è una coppia con telecamera e microfono, mi chiedono se possono farmi qualche domanda, rispondo di si. Chiedono e dico, saluto la Puffina, la Piccola Mimi e Alice “chi sono?” chiedono, “mia moglie e le bambine.”, “Le sue figlie, quanto hanno?” “Sono le mie gatte e hanno 5 anni. Senta, saluto anche il mio coach! Mi ha allenato, sono qui e quindi mi ha allenato bene: Fulvio? Grazie!”. Curioso : dietro i tipi televisivi, c’è proprio Fulvio, lo vorrei abbracciare ma non sono esattamente fresco e profumato, così gli stringo forte le braccia e gli strillo che senza di lui non ce l’avrei mai fatta. Cerco di trasmettergli la mia gioia e la mia riconoscenza per aver fatto strabene il suo lavoro. Sembra contento, lui forse è un timido, non molla mai molto emotivamente, mi scatta una foto, spero di vederla e che sia venuta bene, ho bisogno di un ricordi di quei momenti.

Mi devo sedere un momento a terra; tutto mi gira attorno, un po’ di malessere. Mi rialzo e vado verso l’uscita. Questa volta non mi faccio infilare al collo la medaglia, questa volta mi dico che io ho corso da solo e io questa volta la prendo e da solo me la sistemo sul collo.

Poi? Poi la doccia, le telefonate agli amici, ai parenti, e un ristorante di fianco al magico Ponte Vecchio, sull’Arno. Un bel tavolino, da solo, qualcosa da assaporare per celebrare l’attimo con me stesso. Alzo un bicchiere di un buon vino rosso, verso tutto, verso la mia corsa, verso la mia vita e brindo in una solitaria, silenziosa, intensa consapevolezza di me e del mio tempo:
“Buon compleanno, vecchio mio!”.

Solo io lo so cosa è successo in questa lunga corsa, cosa ha rappresentato per me tanta strada, senza soste, in un tempo che avevo voluto. Mentre correvo ho come intuito il fine ultimo della creazione, da solo ho raggiunto il traguardo che mi ero posto; da solo, pur in mezzo alla folla di atleti venuti per molti mari e molte terre e che ora, per quegli stessi luoghi, ritorna a casa.

Tutto questo è stato, ma il piccolo soffio di questa emozione resta eterno nella mia memoria.